Come si organizza un evento sostenibile?

Intervista a Franco Fassio, responsabile scientifico del progetto “SEeD – Systemic Event Design”. Ogni anno vengono organizzati migliaia e migliaia di eventi, i quali nella maggior parte dei casi lasciano dietro di sé un impatto ambientale notevole. Sì, perché un evento, per sua stessa natura, è temporaneo, inizia e finisce poco tempo dopo, e per molti anni questo si è tradotto automaticamente in un approccio usa-e-getta, tipico dell’economia lineare. Non deve però andare per forza così. Come si fa a rendere effettivamente un evento più sostenibile? Quale approccio bisogna usare? Lo abbiamo domandato a Franco Fassio, Ricercatore e Docente presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche nonché Responsabile scientifico del progetto SEeD, sviluppato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, in collaborazione con numerosi partner, per ridurre l’impatto ambientale degli eventi organizzati da Slow Food, come Terra Madre Salone del Gusto.

Buongiorno Franco, e grazie per averci concesso questa intervista. Partiamo facendo un passo indietro: da quanto tempo si interessa della progettazione di eventi sostenibili?

Mi occupo della progettazione di eventi culturali sostenibili dal 2006. All’epoca avevo 26 anni e stavo ultimando il mio dottorato in Cultura del Design focus Systemic Approach presso il Politecnico di Torino. Grazie al mio mentore prof. Luigi Bistagnino, all’epoca ordinario di EcoDesign, sono entrato in contatto con Slow Food e da quell’incontro è iniziato tutto.A quel tempo nessuno si occupava della sostenibilità degli eventi, non esisteva nessuna reale strategia procedurale per rendere un evento sostenibile, soprattutto nel territorio italiano. Abbiamo quindi inventato da zero una nuova metodologia progettuale, che abbiamo chiamato “Systemic Event Design” e che in poche parole anticipava di circa 13 anni quelli che oggi sono i principi dell’economia circolare.

In che circostanza ha iniziato concretamente a occuparsi di queste problematiche?

L’esigenza è nata nel 2005, quando il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, ha pubblicato il libro “Buono, pulito e giusto”, sulla sostenibilità dei prodotti alimentari. Di fronte a questa uscita editoriale, il Salone del gusto e Terra Madre (un evento biennale che, nel 2016, ha toccato oltre 1 milione di persone), per rendere coerente il contenitore con il contenuto, e quindi per adattare l’evento ai tanti espositori selezionati proprio nell’ottica del “Buono, pulito e giusto”, ha deciso di avviare una ricerca applicata per rendersi sostenibile. Nel 2006 è dunque nato il progetto SEeD, che si è ripetuto per 7 edizioni coinvolgendo più di 2.500 persone, 150 aziende, 3 Università ed organizzando oltre 500 iniziative. A partire da quella prima edizione, la sostenibilità ambientale della manifestazione targata Slow Food è aumentata del 45% e via via, il progetto ha acquisito una tale efficacia che il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare l’ha definita, in più edizioni, ricerca “di interesse nazionale per la diffusione dei messaggi culturali connessi alla sostenibilità”.

Come si è sviluppato il progetto SEeD nel tempo?

Siamo partiti concentrandoci solamente sui rifiuti, dunque su un focus ambientale, per poi arrivare a parlare d’innovazione e sostenibilità sociale, di accessibilità del messaggio e impatto culturale dell’evento, nonché dell’impatto economico dello stesso sul territorio. Quindi il progetto si è ampliato nel tempo, arrivando all’attuale situazione in cui si occupa di progettare strategie per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica dell’evento oltre che per l’ampliamento del suo impatto culturale e il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs).

Questi ultimi due punti risultano cruciali poiché la sostenibilità è una questione di quotidianità, e quindi quando decidiamo di organizzare degli eventi sostenibili uno degli scopi prioritari deve essere quello di fare in modo che tutti i partecipanti, poi, prendano in considerazione l’opportunità di ripetere quelle azioni sostenibili vissute durante l’evento nella vita quotidiana, facendole diventare buone abitudini.

E il progetto SEeD, grazie al suo successo, è stato premiato svariate volte, e ha ‘fatto scuola’…

Sì, di edizione in edizione il progetto si è visto assegnare diversi premi legati al design degli eventi culturali e nel 2015 è stato inserito nell’ADI Design Index, la pubblicazione dell’Associazione Italiana per il Disegno Industriale (ADI), come uno dei migliori prodotti di design italiani. Nel 2009, invece, mi ricordo una serie di riunioni con il British Standard Institute che ha preso come modello le nostre attività per sviluppare lo standard BS 8901, che si rivolge ai protagonisti dell’industria congressuale; tre anni dopo, SEeD è stato preso nuovamente a modello per la creazione della norma ISO 20121, recepita poi in Italia con la norma UNI ISO 2012 chiamata “Dichiarazione dei requisiti per i sistemi di gestione di sostenibilità negli eventi”. Non è un caso se molti partner che hanno fatto parte del nostro team sono poi diventati partner delle Olimpiadi di Londra, il primo grande evento sviluppato secondo il nuovo standard britannico. Chi ha partecipato negli anni al progetto SEeD è co-evoluto con noi e di questo ne siamo molto fieri. Per farle un altro esempio in tal senso, ricordo l’edizione del 2008 quando molto prima dell’entrata in vigore della direttiva italiana che vietava l’uso dei sacchetti di plastica (2011), in Terra Madre Salone del Gusto, grazie ad un importante partner del progetto SEeD ovvero Novamont, sperimentavamo i primi prototipi di sacchetti, posate e bicchieri biodegradabili e compostabili in Mater-BI. Un’esigenza, quella di eliminare i componenti per la fruizione del cibo usa e getta in plastica, che oggi finalmente è diventata legge.

Ora, la domanda che tutti quanti, all’interno di questo settore, si sono posti almeno una volta negli ultimi anni: cosa significa organizzare un evento sostenibile? Cosa si deve fare per centrare questo obiettivo?

Si tratta prima di tutto di un discorso di coerenza e buon senso. Detto questo, fare un evento culturale sostenibile significa trattare la manifestazione come se fosse un organismo vivente, un microcosmo di comportamenti, opportunità, prodotti, servizi, che definiscono i contenuti dell’evento, i quali per osmosi sono trasmessi al territorio ed alla collettività. Un evento culturale è un sistema in cui sono determinanti gli attori e le relazioni che si sviluppano tra questi. Dunque va progettato adottando un approccio sistemico e circolare, in cui ad esempio ogni input in ingresso nel sistema non deve mai diventare un rifiuto a fine evento quanto invece una risorsa per un altro sistema. Esistono molte accortezze progettuali che vanno in questa direzione e che possono essere utilizzate per trasformare l’evento in una positiva metafora della convivenza dell’uomo con l’ecosistema.

Tutto sembra ruotare, dunque, sull’eliminazione (o quanto meno sulla riduzione progressiva) dei rifiuti. È così? 

In realtà no: il discorso legato ai rifiuti in senso stretto è solo uno dei tanti possibili. Faccio un esempio: nell’edizione 2018 il nostro progetto ha centrato 82 azioni sostenibili, grazie al coinvolgimento attivo di 65 realtà tra aziende ed enti; nel 2016 eravamo arrivati a ben 102 azioni. Quella legata ai rifiuti, dunque, è solo una delle tante azioni sostenibili che si devono mettere in campo.

Quindi no, la sostenibilità dell’evento non si basa solamente sulla riduzione dei rifiuti. Per essere davvero sostenibile, una manifestazione si deve fare portavoce di un’economia vincente, che per noi vuol dire in equilibrio con gli ecosistemi naturali e sociali; un’economia che associata all’evento produce esperienze e mette in circolo conoscenza e consapevolezza. S.Ee.D è un progetto per condividere principalmente significati e non oggetti, e in questo senso rappresenta il punto d’incontro di culture e sensibilità che attraverso l’informazione condividono responsabilità.

Come si pongono in questi anni gli organizzatori degli eventi nei confronti della sostenibilità?

Non c’è dubbio, nella maggior parte dei casi gli organizzatori e gli stessi espositori vedono questo approccio come un plus, come un valore aggiunto. Chi acquista uno spazio, di fatto, si aspetta ormai a priori che il tema ambientale venga affrontato e che i servizi offerti siano coerenti con il proprio messaggio aziendale. E questo non deve certo stupire, perché la partecipazione a un evento è senza ombra di dubbio una necessità legata anche alla propria strategia di brand awareness, e i valori legati alla sostenibilità sono ormai centrali per la maggior parte dei business e oltre che essere cruciali per l’umanità.

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