Il peso dell’industria tessile sull’ambiente

Questo non è un fatto molto noto, eppure i dati sono certi: le industrie tessili si posizionano al secondo posto nella classifica delle attività più inquinanti del mondo. Si parla di una filiera enorme, che impiega circa 300 milioni di persone ma che, allo stesso tempo, emette 1,2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, immettendo negli oceani 500 mila tonnellate di fibre di microplastiche. Al grande impatto della produzione tessile, inoltre, si sommano i danni del cosiddetto “fast fashion”, e quindi dell’utilizzo breve – brevissimo – degli abiti acquistati.

I numeri dell’inquinamento dell’industria tessile

La produzione di abiti, negli ultimi 15 anni, è raddoppiata. Certo, una maggiore diffusione della società del benessere e l’aumento demografico sono fattori da tenere in considerazione, ma non è tutto qui. Anzi, a definire l’aumento di abiti prodotti è l’uso differente che se ne fa, con abiti low cost usati per una sola stagione, per poi essere buttati a pochi mesi dall’acquisto, ormai fuori moda. Ma ormai questo comportamento è insostenibile: sopra si è detto che le emissioni di anidride carbonica di questa industria sono di 1,2 miliardi di tonnellate all’anno, ma non si è specificato che questo numero è superiore a quello relativo alle emissioni totali del traffico aereo internazionale.

In molti pensano che il cotone sia una scelta assolutamente sostenibile, trattandosi di un materiale biodegradabile, e quindi ‘ecologico’. Ebbene, non è esattamente così: il 2,5% delle terre coltivabili a livello internazionale sono utilizzate proprio per la coltivazione del cotone, la cui produzione moderna richiede grandi quantità di fertilizzanti, di pesticidi e di acqua, con un impatto ambientale enorme. Si pensi, per esempio, al tragico destino del Lago d’Aral, prosciugato proprio a causa delle monoculture di cotone, per le quali sono stati deviati i suoi immissari. I consumatori, solitamente, non hanno la minima idea di quanta acqua sia necessaria per produrre i tessuti: per farsene un’idea, è bene partire dal presupposto che la produzione di un paio di jeans richiede oltre 10.000 litri d’acqua.

Verso un’industria tessile più sostenibile

Una svolta dell’industria tessile dell’abbigliamento, dunque, è necessaria. Per ridurre lo spreco insensato di acqua, per ridurre il versamento di microplastiche negli oceani, per non avvelenare la natura con i pesticidi e così via. Le azioni da mettere in campo sono tante: prima di tutto, è doveroso tornare alla realizzazione di abiti duraturi, resistenti nel tempo e slegati da mode troppo stringenti. La base di partenza deve essere ovviamente la consapevolezza da parte dei consumatori, i quali devono capire i danni ambientali della produzione a basso costo.

Come secondo passo, le pratiche industriali tessili devono diventare più sostenibili, a partire dalla coltivazione stessa del cotone. È inoltre indispensabile implementare il riutilizzo delle fibre, a partire dai residui di lavorazione per arrivare agli abiti usati, seguendo i principi cardine dell’economia circolare.

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